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venerdì 30 gennaio 2015

Pittura figurativa oggi: Piero Adorno, storia dell'arte | Weltanschauung, influenza e formazione

La parola "influenza", tanto usata dagli storici dell'arte, non deve infatti essere intesa nel senso esteriore, come qualcosa che condiziona la volontà dell'artista, ma come componente della sua formazione culturale. Ciascuno di noi è quello che è per gli infiniti e continui contatti con il mondo che lo circonda, per gli scambi di idee, le letture, le visioni di oggetti, di opere d'arte, e così via: tutto resta a sedimentare, formandoci e trasformandoci, fino a determinare il nostro modo di pensare, che non è la "somma" meccanica di tante conoscenze; è, al contrario, la nostra interpretazione della società, completamente personale, completamente autonoma; è, per usare un termine tedesco che esprime perfettamente questa idea, la nostra Weltanschauung, la nostra "concezione del mondo".
Piero Adorno

Tennista, olio su tela - Gianluca Salvati 1999

martedì 11 novembre 2014

Pittura figurativa contemporanea: "Ciclista", olio su tela di Enrico Cajati | Un testo di Salvatore Vitagliano

[...] Nel ’67 la grande svolta. Enrico Cajati giunse alla determinazione di “mettere tutto sullo stesso piano”; appiattendo quindi quella superficie materica che aveva elaborato con tanti anni di sperimentazione e che lo aveva portato alla Biennale di Venezia (a 28 anni) e tornò a quella fonte originaria dove non più il caso ma la costruzione, la costanza, la tecnica, l’osservanza delle regole saranno principi  a cui cercherà di obbedire per tutto il resto della propria vita.
Ho detto “cercherà” perché un uomo del suo istinto e della sua immediatezza gestuale, musicale, dovette castigarsi notevolmente per raggiungere degli apprezzabili risultati, ma in questo castigo di uomo proiettato nel futuro che voleva raggiungere il passato, sta forse la chiave di tutta la sua grandezza. I suoi piccoli quadri informali divennero bozzetti di un lavoro futuro che ha del pazzesco; egli li cominciò a disegnare su fogli lucidi, poi procedeva allo spolvero e una volta riportato il disegno su tela, iniziava il lavoro di campitura, di chiaroscuro, di velature, e quando il risultato finale non lo soddisfaceva, ecco una tinta nuova ricoprire tutto e di nuovo un nuovo inizio e alla fine un nuovo daccapo, e ancora a ricominciare: un buon dipinto va fatto e rifatto sei volte, diceva, e come il Dio creatore egli lavorava sei volte e non meno di sei giorni all’Opera che era tutto il suo mondo. Ma il suo non era un cancellare, bensì un ricoprir di veli, e solo occhi attenti alla pur minima vibrazione di colore potevano catturarne le infinite sequenze di quelle luci nelle tenebre. 

Ciclista, olio su tela di Enrico Cajati
E in verità non furono molti, benché in tanti ne fossero incuriositi, i veri intenditori furono pochissimi ma tutti di gran qualità. Cajati godeva della fiducia incondizionata di Perez (Augusto, scultore), di Luca (Luigi Castellani, pittore), e di illuminati collezionisti come R. Marrama, R. Criespo, Cafarelli. 
Salvatore Vitagliano

venerdì 27 giugno 2014

Comunione e Liberazione: la compagnia degli "affari loro" a Milano e dintorni - Curzio Maltese | Enrico Cajati, "Natura morta"

[...] La destra blatera di tolleranza zero, ma non si accorge di governare da due decenni la capitale europea della cocaina. Come l'ha definita uno scienziato serio, Silvio Garattini, analisi di laboratorio alla mano: sei milioni di dosi spacciate ogni anno, oltre qindicimila al giorno. Non solo nelle discoteche, ma anche nei ristoranti, negli uffici, per strada.
La Lega è così radicata nel territorio, da armare ronde contro i poveracci, senza accorgersi che chi comanda l'esercito di spacciatori, affitta ai clandestini, traffica in armi e appalti sono i capi della 'ndrangheta. Il severo cattolicesimo ambrosiano, che non manca una messa la domenica, e neppure un affare dal lunedì in poi, finge di non sapere da dove arrivano i capitali per finanziare le imprese, la colata di cemento, la corsa all'oro nella quale sguazzano fra gli altri i compagnucci di Comunione e Liberazione.
Curzio Maltese (LaRepubblica 6/8/2010)

Enrico Cajati, Natura morta

giovedì 12 giugno 2014

Carlo Fermi, Max Mauro, Enrico De Simone - # L'articolo I # - La Voce d'Italia, Caracas | Anna Grazia Greco, la fuorilegge

Quando Max Mauro, giornalista de La Voce d'Italia, venne a Caracas nella primavera del 2006, si era messo in testa di scrivere un articolo sulla mia produzione pittorica. Io non ero d'accordo. Per me un articolo era sensato nel caso di una mostra. Altrimenti mi sembrava una cosa a metà. Enrico De Simone concordava con la mia scelta: anche lui aveva preso a cuore le sorti della mia carriera di artista plastico. Al punto che quando ci fu la proroga del Premio Italia, edizione 2006, cui non avevo aderito, Enrico De Simone si sentì in dovere di mettersi nelle orecchie affinché partecipassi anche a quelle selezioni. Dall'idea che mi ero fatto di quel premio, gestito dalla fuorilegge Anna Grazia Greco, era solo tempo perso, non valeva la pena. Ma quando Enrico De Simone, giornalista de La Voce d'Italia, mi disse di riprovare perché era comunque una chance, allora ritentai. A questo servono gli amici. Anche se dell'amico in questione mi è rimasta stampata l'espressione di quando gli comunicai che ero stato scartato. Enrico De Simone piegò la testa senza guardarmi, come se avesse detto: "Ben ti sta!". L'amico De Simone, finto chavista e chissà quant'altro... Di certo finto amico.

Enrico De Simone, finto chavista

Tornando a Max Mauro non era del mio stesso avviso e tanto fu soddisfatto quando accettai l'intervista. Una volta avuto l'ok, aveva bisogno di vedere e fotografare i quadri. Concordammo un incontro, dopodiché mi chiamò per aggiungere che sarebbero venuti anche Enrico De Simone e Carlo Fermi, in quanto interessati al mio appartamento: volevano vederlo. 

Quando si presentarono, avevano dato appuntamento a casa mia ad un loro conoscente che tornava da un viaggio fuori Caracas. Dunque ad un certo punto scesi, lasciando a casa Carlo Fermi, Enrico e Max, andai ad attendere il taxi.

Carlo Fermi, imprenditore italiano in Colombia

Il taxi arrivò nel modo più spettacolare e chiassoso possibile. Un vecchio macchinone americano (comune in Venezuela) con un signore di colore che, visibilmente brillo e con una bottiglia in mano per attestarlo, sedeva sul cofano. Quel signore si era gentilmente offerto di indicare la strada e la indicava letteralmente. Nel taxi, oltre all'autista e all'amico degli amici, c'era anche una coppia di stranieri, pare olandesi, che avevano condiviso parte del viaggio con il conoscente dei periodisti. Al momento di rientrare nella villa, il navigatore del taxi si fece avanti per bussare a denaro. Mandai dentro l'ospite e parlai a quattr'occhi con quel signore brillo. Lo ringraziai, innanzitutto, per il suo operato, ma non avrebbe avuto niente. Il signore mi comunicò di essere armato di pistola. Gli risposi che avevo anch'io una pistola. Il finto ubriaco parve soddisfatto. Gli olandesi sembravano molto divertiti. Il tipo risalì sul cofano e partirono così com'erano arrivati, scomparendo chiassosamente dalla mia vista.

Quando salii si sentirono esplosioni di fuochi d'artificio. Qualcuno alla Florida stava festeggiando... Tess, il cane della proprietaria, si andò a nascondere spaventata in un angolo, proprio dove tenevo il portatile (lo stesso da cui sto scrivendo), che per poco non cadde a terra. Lo prese quasi al volo il nuovo arrivato che, devo ammetterlo, era uno a posto.
Mostrai a Max Mauro i quadri. Lui scattò tre foto per l'articolo di giornale. Poi uscimmo.

martedì 10 giugno 2014

# L’articolo - p. II # | Enrico De Simone, Carlo fermi e Max Mauro - La Voce d'Italia, Caracas

Andammo alla pizzeria Nonna bella di Chacaito e ordinammo delle pizze.

Scendendo da via Nivaldo, nei pressi della mia abitazione, incrociammo un tipo semi alcolizzato che nei primi tempi aveva provato a spillarmi dei soldi. Fino al giorno che,  avendomi chiesto di tenergli della refurtiva in casa, lo misi a posto una volta per tutte. Anche se quello era un quartiere residenziale, infatti, confinava con la favela, che in Venezuela si chiama rancho. La qual cosa non mi scandalizzava: mi sono sempre piaciuti i luoghi popolari. Ma quando raccontai ai compaesani la storia di quel tipo, loro si galvanizzarono, fu il tema della serata in pizzeria.


Max Mauro era in Venezuela da poco ed era stato alloggiato dal responsabile del giornale fascista per cui lavorava (La Voce d’Italia) in un albergo mal frequentato, raggiungerlo di sera a piedi voleva dire esporsi a rapina certa, dato che si trovava in una zona della città completamente al buio. Neanche fosse stata la bocca dell’inferno.

Max ci raccontò di alcuni personaggi equivoci che risiedevano nel suo hotel. Carlo Fermi scriveva messaggini a ruota.

L’altro argomento della sera, neanche a dirlo, furono i miei quadri. Le prime osservazioni partirono da Carlo Fermi, il quale quella sera era lì per puro caso: per vedere la casa dove vivevo... A seguire attaccò Enrico De Simone che, anche quella sera, mi pareva il suo fido cagnolino da compagnia. In sostanza i due compari mettevano in dubbio l’autenticità della mia produzione pittorica. 


La Voce d'Italia - 9 maggio 2006 Caracas
Da non credere, quei due vermi, due venduti agli ordini di chissà chi, che davano del veniale a me. Sembrava il colmo dei colmi. Ed erano lì per puro caso. O almeno questa era la loro versione. 
Alla fine della pizza e delle chiacchiere, Carlo Fermi tirò le fila della forbita conversazione: dato che io ero forte e non avevo paura, avrei accompagnato Max al suo albergo che non era molto distante dalla piazza. Poi sarei tornato col taxi. Lui intanto andava, perché aveva un impegno: era un uomo di mondo, lui... (È per questo che pochi anni dopo, Carlo Fermi si installerà a Medellin, capitale mondiale della cocaina, in Colombia).

“Non se ne parla”, gli risposi. Provarono inutilmente ad insistere i due compari.

Alla fine si rassegnarono: saremmo andati con Enrico e Pier ad accompagnare Max.


Eravamo nella piazza di Chacaito, stavo scrivendo l’email del Pier sul cellulare, ad un certo punto notai il negretto che guardando verso di noi, saltò giù dal muretto dov’era seduto insieme ad altri. Non ci diedi il giusto peso e quelli presero a seguirci. A un certo punto, poco prima di uscire dalla piazza, parte di quella teppa ci superò, prendendo diverse direzioni.

Neanche il tempo di raccapezzarmi e pensare: “ Ma che storia è questa?...”, che venni colpito alla nuca. Che botta!

L’ultima scena che vidi prima di perdere i sensi fu Enrico De Simone: si girava come uno che già conosca il copione e con la sua nota espressione sulla faccia abbassa la testa, come a dire: “Ben ti sta!”. E molto casualmente a lui nessuno lo toccò.


Quando mi ripresi avevo il braccio del negretto che mi stringeva al collo. Il tipo era più basso di me, ma aveva un avambraccio di tutto rispetto e si teneva ben piantato al suolo. Ebbi la mia brava reazione e provai a scrollarmi da dosso quell’animale. Gli afferrai il braccio con entrambe le mani, tirai in avanti verso il basso e gridai come un animale. Ecco, due animali.

Ero fuori forma, e il negretto non fece il volo che avrebbe dovuto fare, ma dovette muoversi in avanti con passi veloci per non cadere. Aveva le scarpe lucide di pelle con la suola in cuoio che battendo sulle pietre della piazza, producevano uno scalpiccio piuttosto acuto. La scena aveva del comico.

Si fermò di fronte a me a tre metri circa. Ci fronteggiavamo io e il negretto e il tipo fece il gesto di mettere le mani dietro la cintura per prendere il coltello.

A quel punto scappai, senza molta convinzione, mi pareva di andare al rallentatore. In quel momento uno di quei figli di troia mi lanciò una bottiglia di birra che si fracassò sulla coscia in prossimità del mio ginocchio sinistro.

Ritornai nella piazza e mi fermai. Avevo ancora il cellulare nella mano sinistra. E i miei compagni?

Un attimo dopo vidi un tipo ridicolo che correva a slalom. Era Enrico De Simone.

Non si perse d’animo il periodista di destra, quel finto chavista subito prese ad aggredirmi verbalmente: era colpa mia se ci avevano aggredito; camminavo col cellulare in mano. “E guarda lì che ti sei fatto!

Si sentì uno sparo e dopo si vide la teppaglia scappare nella nostra direzione. Ritornammo al ristorante Nonna bella. Enrico chiamò la polizia. Io mi feci dare del ghiaccio per l’ematoma della bottigliata.

La polizia era già lì. Una pattuglia in moto aveva sentito il mio grido. Poi aveva incrociato Pier che gli aveva indicato il luogo dell’aggressione. Avevano sparato in aria per disperderli. Non avevano neanche tentato, che so, di acciuffarne qualcuno.

Prendemmo un taxi per tornare a casa. Passando davanti ad una pensilina degli autobus c’erano dei ragazzi. Appartenenti a quella teppa, ci avrei scommesso. Ero ancora dell’idea che andassero acciuffati ma non lo dissi a Enrico, a che serviva.

A casa continuai a tenere il ghiaccio sull’ematoma e mi fumai una sigaretta.


Il giorno dopo Enrico De Simone mi inviò questo messaggio: Hola guerrero, todo bien?


Quando ci rivedemmo Pier non ci poteva credere: “Ti hanno aggredito in due e li hai messi fuori gioco...”. Non ricordavo che erano in due, però ripensandoci mi tornò in mente, il secondo l’avevo colpito col dorso della mano sinistra al volto. Era stata la mia reazione prima di perdere i sensi.

Più di una persona mi dirà in seguito che ho fatto male a reagire, che così rischiavo la vita e cose del genere... Sono certo che avrei rischiato di più se non avessi reagito. Erano mal intenzionati dal  primo momento, almeno nei miei confronti. A Enrico, infatti, non lo avevano neanche sfiorato. Il Pier era riuscito a divincolarsi  Max si era ritrovato a terra mentre quelli gli frugavano nelle tasche.

Su una cosa concordammo e fu abbastanza scioccante: erano tutti ben vestiti. Una élite di marioli, del tipo che lavorano su commissione. Non a caso.

Avevo da poco denunciato all’autorità competente quegli infami delinquenti in grisaglia dell’associazione Agustin Codazzi, la scuola presso cui avevo lavorato a Caracas. E meno male, ho potuto in tal modo mettere un punto fermo nei confronti di quella gentaglia appoggiata dal regime, che non avendomi mai regolarizzato avrebbe potuto inventare qualsiasi palla nei miei confronti. Fatto regolarmente avvenuto al Tribunale di Caracas, ma clamorosamente smentito.

lunedì 15 luglio 2013

Giovane donna che si bagna in un ruscello - Rembrandt van Rijn

Una giovane donna scende con molta cautela nell'acqua da una riva pietrosa dove ha sistemato i propri abiti. Con le mani solleva la sottoveste sopra le gambe, mentre il suo sguardo rivela il piacere di chi pregusta le gioie del prossimo bagno. L'artista rende partecipe l'osservatore di una scena alquanto intima: proprio l'intimità dell'insieme lascia pensare che la modella, colta in una posa così spontanea e di grande sensualità, sia Hendrickje Stoffels, dal 1649 governante di Rembrandt, nonché la donna che stette vicino al pittore con assoluta fedeltà nell'ultimo e più travagliato periodo della sua vita.
[...] Alcuni studiosi hanno ipotizzato si trattasse di uno schizzo che Rembrandt aveva eseguito per un'altra composizione, data l'apparente discrepanza tra parti abbozzate e altre accuratamente chiaroscurate. Ma a differenza di Rubens, che eseguiva abitualmente degli schizzi a olio delle proprie composizioni, l'artista olandese firmò e datò il dipinto, sigillo questo della soddisfazione per il risultato raggiunto.

Giovane donna che si bagna in un ruscello - Rembrandt van Rijn

mercoledì 6 marzo 2013

Federico Garcia Lorca, "Cielo vivo" | "Bimbi e gallo", olio su tela di Enrico Cajati


Cielo vivo
Non potrò lamentarmi

se non ho trovato quel che cercavo.

Vicino alle pietre senza succo e agli uccelli  vuoti

non vedrò il lutto del sole con le creature in carne viva.



Ma andrò al primo paesaggio

di colpi, liquidi e rumori

che penetra un bambino appena nato

e dove ogni superficie è evitata,

per capire che quello che cerco avrà il suo centro d'allegria

quando volerò mescolato all'amore e alle arene.



Lì non giunge la brina degli occhi spenti

né il muggito dell'albero assassinato dai bruchi.

Lì tutte le forme hanno intrecciate

una sola espressione frenetica di slancio.



Non puoi avanzare negli sciami di corolle

perché l'aria dissolve i tuoi denti di zucchero

né puoi accarezzare la fugace foglia della felce

senza provare lo stupore definitivo dell'avorio.



Là sotto le radici e nel midollo del vento

si comprende la verità delle cose equivocate,

il nuotatore di nickel che spia l'onda più fine

e la mandria di vacche notturne con rosse zampe di donna.



Non potrò lamentarmi

se non ho trovato quello che cercavo:

ma andrò al primo paesaggio d'umidità e di ululati

per comprendere che quello che cerco avrà il suo centro d'allegria

quando volerò mescolato all'amore e alle arene.



Volo fresco di sempre sopra letti vuoti,

sopra gruppi di brezze e di barche arenate.

Passo vacillando la dura eternità fissa

e amore senz'alba. Amore. Amore visibile!
Cielo vivo, Federico Garcia Lorca

Bimbi e gallo, olio su tela - Enrico Cajati

lunedì 4 febbraio 2013

Alberto Manguel - Marco Cicala: letteratura e consumismo | Pittura figurativa contemporanea: Blantyre order, olio su tela

Insomma, chi diavolo è stato l'italo-argentino Bevilacqua? Il cronista interroga tutti i testimoni  ancora in vita. E costoro, quando non mentono scientemente (ma come fai a stabilirlo?), dicono quell'altra specie di bugia che è la loro verità personale, il loro “innocente” punto di vista. Hanno scritto: “È un romanzo sull'impossibilità di raccontare una vita. Anche una qualunque”.
“Direi di raccontare la realtà. C'è la menzogna consapevole, diretta a nascondere, a deformare qualcosa; e c'è la menzogna genuina di chi ti fornisce la propria versione dei fatti   
 senza considerare che si tratta di uno sguardo parziale, condizionato da educazione, mentalità, pregiudizi. Alla fine, sulla vita di qualcuno non c'è mai consenso. Nessuna unanimità”.
Il caleidoscopio delle verità. Bell'impiccio. Vecchio come il mondo.
“Prenda Tolomeo: quando teorizzava il geocentrismo mentiva, ma in buona fede. Quella era semplicemente la sua visione del mondo. Facciamo un esempio meno roboante. Una riunione di famiglia: genitori, figli, parenti. Si rievoca il passato, memorie d'infanzia. Per uno quel tale giorno, quel tale episodio è immagine di felicità, pienezza. Ma questa frammentazione dei punti di vista non è una povertà: è una ricchezza. La realtà diventa davvero infinita appena iniziamo a raccontarla”.
Ricostruire una vita: letterariamente, non è sempre stata un'idea problematica.
“No. Però, che parlassero di un filosofo o di un imperatore, gli scrittori antichi si limitavano a una scelta di aneddoti. Con più o meno scetticismo, sembravano consapevoli di non poter raccontare tutto. E neppure lo volevano. Di Caligola, per esempio, si dice quanto basta a mostrare il tiranno. È con l'Ottocento e l'affermazione delle scienze cosiddette esatte, che prende piede l'idea totalizzante di una biografia completa, obiettiva, appunto: scientifica. La vita raccontata come fenomeno naturale in tutti i suoi aspetti. Un'illusione, ovviamente.”
Illusione che accomuna il vetero-scientismo al giallo classico, il quale ne è figlio. Nel suo libro, però, qualcuno dice che – con il loro feticismo per la ragione deduttiva – i detective finiscono con l'assomigliare agli astrologi: “Poirot e Paracelso sono fratelli di sangue”.
“Per non parlare di Sherlok Holmes. Chi indaga su un crimine ricorda chi interpreta i corpi celesti o i fondi del caffè: organizza elementi in un rapporto casuale del tutto arbitrario, inventato. E perciò, a suo modo, meraviglioso”.
Alejandro Bevilacqua è uno scrittore di genio che però, forse, non ha scritto neanche un libro.
“Si guardi intorno. Subiamo un'invasione di falsi scrittori. Falsi libri. Falsi lettori.”
Andiamo per ordine: chi sarebbero i falsi scrittori?
“Evitiamo il tiro al piccione. Ma su un Michel Houellebecq qualche sospetto mi sembra lecito. E anche su Roberto Bolaño”.  
Ci permetta di dissentire. E con il vigore della massima ammirazione.
“Alcuni libri veri Bolaño li ha scritti. Ma di lì a dire, come usa ora, che è il terzo anello dopo Cervantes e Borges...”
Veniamo ai falsi libri.
“Quelli con la scadenza 'Da consumare entro...'. Concepiti con un tetto di vendite prefissato. Insomma, quelli industriali”.
Una volta ha detto: “Se oggi Borges si presentasse con un nuovo libro avrebbe difficoltà a pubblicarlo”. Esagerava?
“Macché. Sei mesi prima del Nobel, la mia amica Doris Lessing mi confessò che non riusciva a trovare un editore. Le dicevano: “Non hai più lettori giovani”. Nel mondo anglosassone i grandi autori sono tutti sopra la sessantina e, salvo eccezioni, riescono a pubblicare solo con le edizioni universitarie”.
E i falsi lettori?
“Sono i lettori-consumatori. Quelli compulsivi. Che non leggono: divorano. Dissipano”.
In Italia li chiamiamo “lettori forti”.
“Il vero lettore è un anticonsumatore. Un tipo lento. Abbastanza scettico, razionale o intelligente da chiedersi: “A che serve tutta questa velocità? È utile? È giusta?”. E così, tra le domande, inceppa l'ingranaggio industriale. Si può essere grandi lettori anche leggendo nella vita un solo libro. Guardi San Girolamo, aveva una biblioteca modestissima”.


Blantyre order, 1997 olio su tela - Gianluca Salvati
Come Borges.
“Si. Però lui era stato bibliotecario”.
Chissà con quanta civetteria, ma prima che scrittore si considerava lettore.
“Era una rivendicazione di libertà. Diceva: “Lo scrittore scrive quel che può. Il lettore legge quel che vuole”. Non si sentì mai obbligato a leggere un libro per intero”.
Alberto Manguel intervistato da Marco Cicala

venerdì 2 novembre 2012

Claude Monet, la pittura - Arte e soggetto

Ostinatamente legato al motivo, che indaga senza stanchezza giorno dopo giorno, Monet in realtà attraverso la “serie” si distacca definitivamente dal soggetto: che resta come pretesto d’indagine, ma ha fatalmente perso, nella ripetizione ossessiva di sé, ogni ambizione di racconto, di aneddoto e fin di semplice imitazione del dato di natura.
Mai come adesso, allora, vero ed unico “soggetto” di Monet è divenuta la pittura, e soltanto essa: finalmente libera da ogni obbligo referenziale, finalmente interamente autonoma.
Fabrizio D’Amico

Claude Monet
Il porto d'Argenteuil, part.


martedì 2 ottobre 2012

La pittura di Giorgio Morandi - Cesare Brandi | Ciclista di Enrico Cajati

Se c’è una pittura che non ammette doppioni, è quella di Morandi. Ma è anche una pittura che, a chi capisce, insegna, e chi capisce allora, sa trovare per il futuro, una lezione salutare. La lezione della forma. Afro, al solito, cominciò ad apprenderla dai margini. Furono quadri tonali, nel senso che venivano come sommersi da un’ombra cromatica, in cui la luce era risucchiata come da una cartasuga. Basta questo per far capire come s’indirizzasse a Morandi dai margini, e non dalla struttura.
Ma era ciò che doveva sorbire da Morandi, e cioè una fusione a caldo, una visione interiore, in cui, come nelle immagini della coscienza, non si può contare le colonne del Partenone, anche se si ricordi benissimo. Questa visione interiore insegnava ad Afro – che peraltro ancora non l’aveva sceverata – a prendere l’immagine come una cosa a sé, sceverata da ogni contesto: quello in cui si inseriva era altro, e, a farlo altro, valeva la luce.
Non aveva ancora individuato la luce come uno schermo luminoso – la sua fondamentale scoperta formale – ma neanche era la luce di Morandi. La quale si poneva come matrice la luce di Piero e del Caravaggio: la luce come momento cruciale dell’apparizione della forma, la forma stessa della presenza. Con la luce e per la luce, Morandi inventò il colore di posizione, la sua suprema modalità formale.

sabato 29 settembre 2012

Giulio Carlo Argan - Jackson Pollock

Pollock parte veramente da zero, dalla goccia di colore che lascia cadere sulla tela. La sua tecnica del dripping lascia un certo margine al caso: senza caso non c’è esistenza. Il caso è libertà rispetto alle leggi della logica, ma è anche la condizione di necessità per cui, vivendo, si affrontano ad ogni istante situazioni impreviste.
La salvezza non è nella ragione che fa progetti, ma nella capacità di vivere con lucidità la casualità degli eventi. Tutto sta nel trovare il proprio ritmo e nel non perderlo, qualsiasi cosa accada.
Giulio Carlo Argan

Fox

domenica 23 settembre 2012

Albert Camus, il pensiero | Nuvole, omaggio a Lucia Veronesi

Dobbiamo giustificarci di essere inutili e, allo stesso tempo, di servire, con la nostra stessa inutilità, cause spregevoli. […]  Ma abbiamo scoperto questo: ci sono uomini che non possono essere persuasi. […] Chi vuole dominare è sordo. E voler dominare qualcuno o qualcosa significa augurargli sterilità, silenzio e morte. […] Per vocazione (gli artisti) sono condannati a comprendere anche ciò che è ostile nei loro confronti.
[…]  D’altronde, è in questa posizione difficile, proprio per la sua scomodità, che sta la loro grandezza. […] Riconosceranno che la loro vocazione più profonda è difendere fino in fondo il diritto dei loro avversari a non essere d’accordo con loro. Proclameranno che è meglio sbagliarsi senza uccidere nessuno che avere ragione nel silenzio e negli ossari.

lunedì 28 maggio 2012

Il pittore e il camorrista | Una storia napoletana

C'era una volta un pittore che amava vivere i vicoli di Napoli. Un uomo semplice e schietto che era riuscito a farsi apprezzare fin da giovane: a 28 anni fu invitato alla biennale di Venezia.
In quello stesso periodo c'era un camorrista, rampollo, neanche a dirlo, di una famiglia di delinquenti. Il camorrista aveva un problema: doveva reinvestire e riciclare i soldi sporchi che tanto facilmente incamerava. Dato che, nella sua volgarità, si riteneva un tipo fine, decise di dedicarsi all'arte contemporanea. Nella sua mente primitiva, aveva infatti notato che gallerista faceva rima con camorrista, e poi che entrambe le parole erano formate da 10 lettere! Che mente elevata, non riusciva proprio capacitarsi di saper esprimere cotanto genio.
Di artisti ne trovava a bizzeffe, di ogni nazionalità, formazione e indirizzo artistico, dato che nessuno andava per il sottile sulla provenienza di quei soldi. Pecunia non olet, dicevano gli antichi.
Un giorno il “gallerista” era venuto a conoscenza di quel pittore venuto dal nulla e si era messo in testa di farne un artista della sua scuderia: voleva lanciarlo, come si dice in gergo.

Il pittore accettò, era una persona di una semplicità sconcertante, parlava con tutti. Accettò l'incarico e l'assegno di alcuni milioni, pare 10, che all'epoca erano una vera fortuna: lo stipendio medio era di poche centinaia di migliaia di lire. Il pittore, però, cominciò col prendere tempo prima di onorare il patto, il tempo passava e i quadri non erano mai pronti. Non era tanto convinto dell'affare: per lui la provenienza di quei soldi faceva la differenza. Così i quadri non erano mai pronti. La pazienza del “gallerista” cominciò a vacillare, non ne poteva più di quelle risposte evasive, era un tipo fine, ma fino a un certo punto. Un giorno prese di petto la situazione e arrivò a minacciare il pittore: “Se non mi ridai i soldi ti rompo la testa!”. 
Il pittore tirò fuori l'assegno e glielo porse: non l'aveva neanche incassato!

venerdì 20 aprile 2012

Henri Matisse, arte e sistema cromatico

Una valanga di colori resta priva di energia. Il colore raggiunge la sua piena forza quando risponde ad un sistema e corrisponde alla carica emotiva del pittore.
Henri Matisse

Henri Matisse