Visualizzazione post con etichetta pittura. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta pittura. Mostra tutti i post

lunedì 4 novembre 2013

Arte e scienza - Tradizione/innovazione | Scienza lineare e vita delle forme, di Giorgio Celli

Spesso, lo scienziato è, nelle arti un “passatista”, all’avanguardia nel suo campo e alla retroguardia in quello estetico.
[…] Se è vero che esiste uno scienziato rivoluzionario che sposta la terra dal centro dell’universo mettendo al suo posto il sole, e un altro scienziato che si limita a scoprire qualche nuovo corpo stellare, l’innovatore e il routiniere insomma, esiste del pari un artista che innova, e un artista che coltiva l’orto concluso della tradizione, magari migliorandola. In parole povere, il primo sostituisce un fare con un altro fare, mentre il secondo fa meglio il fare di sempre, e lo fa senza porlo in forse, o superarlo.

Cow boy, tecnica mista su carta - Gianluca Salvati 2013

[…] In realtà, il punto di incontro possibile tra la scienza e l’arte del Novecento si trova, se mai, su quel confine tra la qualità e la quantità che è abitato dalla forma. Il positivismo si fondava su di una scienza lineare, di vettori e di sommatorie.  A poco a poco, si è cominciato a considerare che bisogna, per capirci meglio, sostituire le somme con le forme, e la psicologia della Gestalt è stata la prima a lanciare l’idea.
Per non parlare di Goethe, in chiave più mistica. Anche in biologia è diventato sempre più chiaro come una proteina non sia una semplice catena di amminoacidi, ma che la sua struttura terziaria ha proprietà che derivano proprio dal suo aspetto formale.
In parole povere, come scriveva Renè Thom, “lo studio recente di diversi enzimi (il lisozima, per esempio) ha mostrato l’aspetto eminentemente morfologico di molte reazioni enzimatiche”.
La forma è un aspetto di quella complessità, e qui Barrow sfiora il bersaglio, in cui scienza e arte diventano le due facce di una stessa medaglia. Vita delle forme, per citare Focillon.
Giorgio Celli

Frank Auerbach, Head of William Feaver II, 2008

giovedì 29 novembre 2012

I teatrini di Fausto Melotti: arte plastica e indefinito

I teatrini sono la testimonianza più evidente di come Melotti partisse dall’indefinito, ma con alle spalle un costante impegno di lavoro e di ricerca che gli consentiva, con chiarezza mentale tutta mediterranea, di essere libero e di divertirsi, moltiplicando le scene della fantasia, abitando il misterioso palcoscenico della poesia con fatti minimi, con i giochi, i ragni, le vigne della valle abitata dai sogni della sua prima età, con le figure e gli infiniti oggetti cari all’immaginazione dei bambini compresi nella loro capacità di dilatare lo spazio, e di contaminarlo con presenze anomale, attraverso la lunga frequentazione di tre maghi del mondo infantile: Vamba (Luigi Bertelli), Milly Dandolo e Giuseppe Fanciulli. I tre scrittori erano i difensori di quella natura bella che comprende anche gli stracci, il cartone ondulato, i gessetti colorati, il gomitolo di lana, le banderuole, la garza, i pezzetti di vetro, la stagnola, le pietre levigate dal tempo, le catenelle di ottone,lo spago, il fil di ferro: i tanti reperti di bottega, spesso salvati dalla pattumiera, che in Melotti arricchiscono i teatrini - sequenza, vere e proprie camere incantate di meditazioni domestiche dove i diavoli tentano gli intellettuali, gli eresiarchi incontrano i vescovi santi, i vizi si mescolano alle virtù, i monumenti al nulla si affiancano alla casa dell’orologiaio e agli animali sbagliati attraverso divagazioni, allegorie, dissonanze, armoniose vibrazioni e liberi contrappunti di mare e angoscia, ombre e capelli rossi, re negri e nani, preghiere per i bambini morti nei campi di sterminio e tramonti, dispute tra gli angeli, i diavoli e la morte e chiari di luna.
L’acrobata invisibile ogni volta attinge a piene mani nel magazzino delle idee per modulare scherzi e predisporre fuochi d’artificio di inutili bellezze con i quali risvegliare il fanciullo che è in noi.
[...] Melotti ama l’evasione e rincorre l’avventura ma, percorrendo le strade dell’essenzialità con la perizia dell’antico artigiano, individua subito la meta. (La costruzione raramente viene annunciata da un progetto grafico). Sfugge, in tal modo, a ogni possibile dissoluzione del linguaggio imponendosi, con la fresca spontaneità di chi ha girato le spalle alla realtà contingente, una scansione quasi sacrale dell’immagine, di continuo partecipe di un sogno a occhi aperti configurato nello spazio mediante l’attento ascolto, tradotto in segni, dell’armonia dell’universo.

Bruno Teodori , Merida, zona andina - Venezuela
[...] I richiami alle linee architettoniche di Piero della Francesca e agli ardui contrappunti di Brahms, la immediata propensione per le “divagazioni” di Matisse, per la flora cristallina e meccanica di Depero e  per l’Hébdomeros di de Chirico, sono la  traccia sottile del mediterraneo imenèo dei fili armoniosi della geometria con la poesia, della certezza-incertezza che regge il susseguirsi delle catarsi di una civiltà estenuata in una scultura sempre serena pur riconoscendo prolungati conflitti di sperimentazioni e di emozioni e limpidi giochi intellettuali e musicali.
I teatrini toccano l’intera tastiera fantastica di queste esperienze, ne misurano i diversi registri e i molteplici itinerari con esplorazioni, incertezze e ambiguità dagli sbocchi spesso imprevedibili e divergenti ma tutti riconducibili all’approdo unico della consonanza ritmica, dell’armonia che concilia in una idea poetica metafisica e geometrismo lirico, astrattismo architettonico e surrealismo.
Le influenze vengono aggiornate e interpretate attraverso configurazioni precinetiche e grafie musicali, aneddoti, miti e scenografie modulari (ci addestriamo alla lotta fra il visibile che si frantuma in tragedie e l’invisibile che si spegne in enigmi), senza mai scadere nel formalismo o nello strutturalismo, anzi conquistando la capacità rara di utilizzare il sole, la luce, le ombre e tutte le cose segrete, per ritagliare nell’atmosfera gli eterni emblemi della gioia di vivere che l’obliosa natura continuamente cancella.
Giuseppe Appella

venerdì 26 ottobre 2012

Rembrandt e Vermeer: il valore della luce in pittura

Luce è termine ambiguo: serve tanto spesso per Vermeer, e se saliamo al piano superiore del museo nel quale è allestita la mostra, troviamo Rembrandt; la parola luce serve anche per lui; ma la luce inventata dai due grandi, e quasi coevi, olandesi, non potrebbe essere più diversa, lontana, opposta. Mettiamo a confronto le due liste dei caratteri che in loro possiede: luce cristallizzata in Vermeer e luce dissolta in Rembrandt.  Luce squillante e luce mormorante, nitida e fusa, della materia e dello spirito, delle essenze e delle dissolvenze, della nascita e della morte, della giovinezza del mondo e della vecchiaia del mondo, luce che crea riflessi e luce che crea ombre.
Roberto Tassi

Aristotele contempla il busto di Omero, Rembrandt
 

Il predicatore Anslo e la moglie, Rembrandt




venerdì 20 aprile 2012

Ernst H. Gombrich - arte antica

[…] Nell’arte dell’antico Messico il rettile sacro non era solo la riproduzione di un serpente a sonagli ma poteva anche trasformarsi in un segno indicante il lampo, e così pure in un vero e proprio carattere tramite il quale si potesse alludere alla tempesta, o magari scongiurarla. Di queste misteriose origini ben poco si sa. Volendo però capire a fondo la storia dell’arte, faremo bene a ricordarci di tanto in tanto la consanguineità esistente fra letteratura e pittura.
[…] Alcuni di questi antichi ritratti dell’epoca delle piramidi, la quarta “dinastia” dell’ “Antico Regno”, sono annoverati tra le più splendide opere dell’arte egizia.
C’è in essi una solennità e una semplicità che non si dimenticano facilmente. Si vede che lo scultore non tentava di adulare il modello, o di fissare un’espressione fuggevole. Soltanto l’essenziale lo interessava, e ogni particolare secondario veniva tralasciato. E forse, proprio per questa intensa capacità di concentrarsi sugli aspetti fondamentali della testa umana, simili ritratti colpiscono tanto vivamente. Giacché, nonostante la loro rigidezza quasi geometrica, non sono primitivi come le maschere indigene di cui si è parlato nel capitolo precedente, né si preoccupano della verosimiglianza come i ritratti naturalistici degli artisti della Nigeria. Osservazione della natura ed euritmia si equilibrano in modo così perfetto che il loro realismo ci colpisce quanto il loro carattere remoto ed eterno.
Questa fusione di geometrica euritmia e di acuta osservazione della natura è caratteristica di tutta l’arte egizia.
Ernst H. Gombrich

Nefertiti