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domenica 11 ottobre 2015

L'amore di un principe del deserto | Tratto da "Lo Sportsman"

Tutti i purosangue che corrono nel mondo discendono in linea retta da tre soli cavalli arabi importati duecento anni fa in Inghilterra; non sono che i pronipoti di tre unici stalloni.

Le corse dei cavalli erano già molto alla moda in Inghilterra, anzi lo erano ormai da più di trent'anni. Ma i cavalli erano ancora molto diversi da come sono oggi: a quel tempo il cavallo ideale era ancora molto simile al cavallo da guerra del medioevo. Alto, pesante, forte quanto era necessario per poter tenere in groppa un cavaliere appesantito dall'armatura. Quando galoppava, questo tipo di cavallo faceva rimbombare il terreno.
L'amore di un principe del deserto - "Lo Sportsman"

Cavallo e cavaliere, grafite su carta 2012 - Gianluca Salvati

domenica 5 luglio 2015

Paul Klee: l'espressione dell'arte

Mi sono posto dinanzi a me stesso, a scrutarmi. Ho detto addio alla musica, alla letteratura. Ho desistito dall'aspirare a una raffinata esperienza sessuale, rinunciando a quella tale avventura.
Anche alle arti figurative penso appena, devo dedicarmi prima a sviluppare la mia personalità. In questo devo essere conseguente e non cedere a sollecitazioni. Sono certo che solo così riuscirò a trovare la giusta espressione dell'arte.
Paul Klee

La sua attitudine all'introspezione, al guardare e al sentire insieme, gli ha consentito di creare un universo di immagini dove segni ricorrenti si alternano a rinnovate fantasie, a traduzioni del reale in tanti piccoli e grandi innamoramenti, le case, le montagne, gli abeti, le palme, gli angeli, il serpente e così via. 


Paul Klee


lunedì 23 giugno 2014

Medjugorje: i francescani e radio Maria

[...] A governare occhiutamente il santuario sono i francescani (che in queste zone bellicose hanno benedetto a più riprese l'ultranazionalismo guerriero). Alla morte del maresciallo Tito, maggio 1980, il Vaticano preme affinché i frati lascino al clero secolare le parrocchie che controllano nell'Erzegovina a maggioranza catto-croata. Obiettivo: rifonderle nelle neo-diocesi che Roma intende riorganizzare sul territorio. Però i francescani puntano i piedi. Non mollano. Poi, tempo un anno, prodigio. Giugno 1981: sei ragazzini che s'erano allontanati dal villaggio - pare per fumarsi una sigaretta lontano dai genitori - tornano indietro scossi. Su una collina dicono di aver visto una figura bianca con bambino in braccio. Li invitava ad avvicinarsi. Ma ha prevalso la fifa. I sei se la son data a gambe. Inutile abbattersi: quella donna tornerà a manifestarsi. E con inedita prodigalità. Migliaia di volte.È scoppiato il caso della Gospa, la Madonna di Medjugorje. Gli ammutinati francescani se ne fanno scudo. Uno scudo che ancora regge. Benché butterato da incresciosi infortuni. Frati cacciati dall'Ordine, sospesi a divinis causa disobbedienza, ma che hanno continuato a operare in parrocchia come se niente fosse. E poi la vicenda di fra Tomislav Vlasic, figura carismatica del fortilizio medjugoriano, che venne espulso con accuse di eresia, manipolazione delle coscienze, nonché addebiti contra sextum, traduci: scappatelle sessuali. Roba così.
[...] Ma a cosa si deve lo speciale appeal che Medjugorje esercita sui pellegrini italiani? Sarebbero 600 mila l'anno. Chiedendo in giro, raccogli le seguenti spiegazioni: 1) Il santuario bosniaco attrae più di altri perché qui le apparizioni sono ancora in corso e non sigillate in un numinoso passato; 2) In Italia il culto è stato aiutato da un battage mediatico senza confronti altrove (trasmissioni tv, libri, radio religiose, testimonial di grido); 3) Il viaggio è comodo (Mistral Air effettua voli diretti sulla vicina Mostar da Napoli e Bari) e, volendo, low cost: "Andata e ritorno in pullman dalla Lombardia e sei giorni a pensione completa: 300 euro" mi dice una guida.
[...] Nelle vetrine dominano i ritratti di Wojtyla. Anche se non ci mise mai piede, fu lui il grande sponsor di Medjugorje. Per profonda devozione mariana. E perchè gli garbava assai l'idea che un nuovo, pulsante santuario cattolico aprisse una breccia nel macigno comunista. In cartolina, noto qualche foto di Bergoglio. Ratzinger, non pervenuto.
 il Venerdì di Repubblica, Marco Cicala - 14/02/2014

 
Ma la Chiesa ha davvero bisogno dei miracoli?


Le inchieste, nei tribunali ecclesiastici, hanno sempre il fine di chiarire un dubbio: an constet..., si consta di un reato, della legittima tutela di un diritto, della fondatezza di un ricorso... Quando poi di mezzo ci sono madonne, santi, miracoli, apparizioni ed altri strani fenomeni, il dubbio proposto ai giudici rimane sempre lo stesso: an constet de supernaturalitate, in casu, se consta della soprannaturalità del fenomeno sottoposto ad indagine.
E come per ogni altra sentenza anche per quelle inerenti ad accertare fatti arcani le risposte possibili sono tre. La prima: dilata et compleantur acta è interlocutoria: i giudici non sono riusciti ad acclarare nulla, e chiedono un supplemento di indagine. La seconda, quella che pone meno problemi, è negative, seu non constare de supernaturalitate, in casu: gli inquirenti hanno raggiunto il convincimento che i fenomeni analizzati sono spiegabili con le categorie della razionalità giuridica. La terza, considerata la più facilmente interpretabile, risulta invece la risposta più complessa. Infatti, se i giudici sentenziano affermative, seu constare de supernaturalitate, in casu significa che gli inquirenti non sono riusciti a trovare, facendo ricorso alle scienze umane e a quelle empiriche, alcuna spiegazione per i fatti analizzati.
Ed è proprio qui che nasce l'equivoco. Nella mentalità comune viene vista e forse anche intenzionalmente spacciata per un'approvazione, in realtà non è così: è come se la Chiesa si ritraesse dall'esprimere un giudizio lasciando liberi i fedeli di credere o meno a quanto preso in esame. E infatti, nella Chiesa cattolica nessun battezzato è obbligato a credere o meno ad alcun fenomeno soprannaturale, neanche ai cosiddetti miracoli eucaristici, e neanche alle apparizioni più care al cuore dei cattolici: Loreto, Lourdes, Fatima... E ci mancherebbe altro: solo nell'Italia degli ultimi tre decenni, sarebbero avvenute, anzi sarebbero ancora in corso, circa 150 apparizioni mariane, una trentina di stigmatizzazioni di presunti successori di Padre Pio, una cinquantina di attribuzioni divine di poteri taumaturgici ad altrettanti personaggi, in maggioranza donne. Se ci aggiungiamo gli scacciadiavoli, presto ci troveremmo tutti immersi in un Paese non di santi, ma di creduloni.
 il Venerdì di Repubblica, Filippo Di Giacomo - 14/02/2014


lunedì 4 novembre 2013

Arte e scienza - Tradizione/innovazione | Scienza lineare e vita delle forme, di Giorgio Celli

Spesso, lo scienziato è, nelle arti un “passatista”, all’avanguardia nel suo campo e alla retroguardia in quello estetico.
[…] Se è vero che esiste uno scienziato rivoluzionario che sposta la terra dal centro dell’universo mettendo al suo posto il sole, e un altro scienziato che si limita a scoprire qualche nuovo corpo stellare, l’innovatore e il routiniere insomma, esiste del pari un artista che innova, e un artista che coltiva l’orto concluso della tradizione, magari migliorandola. In parole povere, il primo sostituisce un fare con un altro fare, mentre il secondo fa meglio il fare di sempre, e lo fa senza porlo in forse, o superarlo.

Cow boy, tecnica mista su carta - Gianluca Salvati 2013

[…] In realtà, il punto di incontro possibile tra la scienza e l’arte del Novecento si trova, se mai, su quel confine tra la qualità e la quantità che è abitato dalla forma. Il positivismo si fondava su di una scienza lineare, di vettori e di sommatorie.  A poco a poco, si è cominciato a considerare che bisogna, per capirci meglio, sostituire le somme con le forme, e la psicologia della Gestalt è stata la prima a lanciare l’idea.
Per non parlare di Goethe, in chiave più mistica. Anche in biologia è diventato sempre più chiaro come una proteina non sia una semplice catena di amminoacidi, ma che la sua struttura terziaria ha proprietà che derivano proprio dal suo aspetto formale.
In parole povere, come scriveva Renè Thom, “lo studio recente di diversi enzimi (il lisozima, per esempio) ha mostrato l’aspetto eminentemente morfologico di molte reazioni enzimatiche”.
La forma è un aspetto di quella complessità, e qui Barrow sfiora il bersaglio, in cui scienza e arte diventano le due facce di una stessa medaglia. Vita delle forme, per citare Focillon.
Giorgio Celli

Frank Auerbach, Head of William Feaver II, 2008

giovedì 17 ottobre 2013

Parabola dello zero: i paradossi della storia | Willem de Kooning, Woman 1951

Uno degli affascinanti paradossi della storia è che per vedere ciò che abbiamo alle spalle dobbiamo guardare avanti, dedurre le cause da effetti sparsi qua e là, cogliere le somiglianze tra i discendenti per immaginare il volto dei progenitori. Come in questo caso. Seguiamo dunque lo sciame dei punti in una moltitudine di lingue e in un lungo arco di tempo, nella matematica ma non solo, e vediam­o se ci condurranno all'alveare.
In quanto suoni provenienti dal latino, dal greco, dal sanscrito e da altri idiomi, che in nuovi contesti linguistici tendevano a non esser più pronunciati, già a partire dal I secolo a.C. essi diventarono segni diacritici - tracce di nasali, ­gutturali e aspirate che a forza d'indebolirsi erano diventate mute, e sopravvivevano solo come punti, tratti e riccioli aggiunti ad altre lettere. I linguisti lo chiamano 'grado zero': suoni ormai esausti, utili quindi per segnare ­cambiamenti di fonemi più vigorosi. È forse una parabola ­acustica del ruolo di zero quale modificatore di valore? ­In ebraico le vocali -quando ci sono- hanno spesso l'aspett­o di punti posti sopra o sotto una lettera; aiutano i principianti a evitare le ambiguità (così come la loro as­senza le favorisce, un fatto dimostrato dalla tecnica d'interp­retazione in cui parole formate da consonanti sono lette come se contenessero vocali via via diverse, e celassero significati altrettanto numerosi).
Zero - Storia di una cifra, Robert Kaplan


Willem de Kooning, Woman 1951

lunedì 5 novembre 2012

Michelangelo Buonarroti - Il Giudizio Universale

Negli anni immediatamente precedenti all’inizio dei lavori per il Giudizio Universale, il Buonarroti, anche a seguito dell’incontro con il celebre Tommaso de’ Cavalieri, si era sempre più immerso nella dimensione dello “studio”, dedicandosi all’elaborazione di disegni, di altissimo contenuto dottrinale e simbolico, veri e propri esercizi della mente scissi da una precisa finalità ma volti all’approfondimento di alcuni temi cruciali della cultura occidentale, come i miti della Caduta, della Resurrezione, della Tenebra, del Sogno e dell’Inganno. Mai, forse, avrebbe pensato che tali meditazioni sarebbero passate da fatto privato e misterioso a opera immane destinata ad acquistare fama duratura e universale.
[...] Il grosso del lavoro dovette cominciare proprio in quel momento, tra l’aprile e il maggio del 1536, procedendo alacremente. Ed era fatto secondo il criterio che aveva guidato tutta la vita dell’artista nel principio dell’affermazione assoluta dei processi creativi tipici dell’arte italiana e di nessun’altra. In tal senso Michelangelo si confessava: "Nelle Fiandre dipingono per ingannare gli occhi… né dico tanto male della pittura fiamminga perché essa sia tutta cattiva,  ma perché vuol far bene tante cose che non gliene riesce nessuna. Le opere che si fanno in Italia sono quasi le sole che si possano chiamare vera pittura… Nulla è più alto e religioso della buona pittura”.
Ed è vero se si pensa che l’iconografia canonica del Giudizio Universale, al tempo di Michelangelo, era ancora quella elaborata in ambiente fiammingo, con la scena celeste dipinta come un tribunale.
Proprio su questo si appuntava la critica di Michelangelo e il suo Giudizio diveniva l’emblema stesso dell’arte italiana, che è sintesi concettuale e filosofia visiva.
Claudio Strinati

Il Giudizio Universale, affresco - Michelangelo Buonarroti

martedì 25 settembre 2012

Alberto Giacometti, postura e stile

La grande conquista era lo stile, la postura, le proporzioni, il porsi: dallo studio dell’arte egizia e sumerica, di quella africana e oceanica aveva compreso che per ricreare la realtà in scultura occorre mettere a punto uno stile; è lo stile che conferisce la grande forza, ieratica e sacrale, alla scultura antica.
Alberto Giacometti


Paseo, olio su tela 1997 - Gianluca Salvati

venerdì 20 aprile 2012

Willem de Kooning - disegno e colore | Un contributo di Fabrizio D'Amico

La carnalità è la ragione per la quale la pittura ad olio è stata inventata.
Willem de Kooning

Willem de Kooning, Woman I

[…]  Disegnatore di altissimo livello, nell’uso del nero, del grigio, dei bruni e particolarmente del bianco riesce a sfruttare al massimo la minore abilità quale colorista. Per de Kooning il nero diviene un colore, non lo schema indifferente del disegno, ma una tinta con tutte le risonanze, ambiguità o variabilità del prisma. Steso in modo liscio ed uniforme in forme pesantemente somatiche su di una tela non ammassata, questo nero identifica la superficie fisica del dipinto con un’evidenza che altri pittori ottengono soltanto con pigmento coagulato.
[…]  De Kooning, insieme a Gorky, Gottlieb, Pollock e diversi altri contemporanei, si è ridotto al nero nel tentativo di mutare composizione e disegno della pittura postcubista immettendovi forme più aperte, ora che il canone della forma chiusa (il canone della figura profilata e circoscritta), così come Matisse, Picasso e Mirò, sembra sempre meno adatta a rappresentare il sentimento contemporaneo.
Nell’insieme tale canone non è stato spezzato, ma sembra che la possibilità di originalità e grandezza della nuova generazione di artisti ora al di sotto dei cinquanta anni dipenda da tale rottura.
[…] Non perché fosse fatalmente drammatico l’approdo della sua pittura maggiore: ma perché quell’approdo (se mai de Kooning ne abbia ammesso uno: lui che diceva di ritenere finito un quadro soltanto quando qualcuno o qualcosa faceva si che esso scendesse a forza dal cavalletto, dove, se fosse rimasto, - e così fu per uno dei suoi capolavori, Woman 1, - avrebbe potuto stare, e ogni giorno cambiare, per anni) passava sempre, e fatalmente, per i gesti interminabili, quotidiani,
ossessivi, che egli aveva individuato come necessari alla pittura.
Per questo, per tutti i suoi anni maggiori, aveva steso colore e l’aveva raschiato via dalla tela, aveva scritto segni che aveva poi cancellato, e cento volte aveva allargato gesti che aveva poi sommerso di altri gesti, e colori, e luci; ogni volta diversi, perché ogni volta tentavano di farsi simili, di stringersi alla vita; perché alcuni pittori, e fra essi io stesso, pensano che la pittura, non importa quale pittura, né quale stile di pittura, per essere davvero pittura, sia non altro che una maniera di vivere.
[…] Dentro questi suoi anni estremi, egli, che come Gorky era stato per Picasso, nominò più volte Matisse: ripensò al ritmo della prima Danza: a quella carola rosa intrecciata lieve in uno spazio senza peso, verde e azzurro; ripensò al Matisse gioioso degli anni estremi: e certo intese, in lui e nei colpi netti della sua forbice sulle carte ritagliate, il tesoro nuovo di una semplicità raggiunta dopo tanto pensiero. Ed è, infine, a quella stessa semplicità che, dopo tanto affanno, de Kooning ha voluto e saputo condurre anche i suoi ultimi giorni di lavoro.
Fabrizio D’Amico